Un sogno.
Arrivare in un borgo congelato. Fermo nel tempo. Quasi totalmente abbandonato.
Ammirarlo da fuori. Girarlo da dentro. Respirare. Vedere. Pensare. Fare. Alchimie chiamate colpo di fulmine.

Di fulmini a Santo Stefano di Sessanio nei secoli se ne saranno abbattuti molti. Alta Montagna. Milleduecentocinquanta metri di altitudine.
La forza magnetica del Gran Sasso, la natura silenziosa e magnifica del Parco Nazionale degli Abruzzi. La piana di Campo Imperatore.

Paesaggi di profondità mongolica. Steppa, animali bradi, vento che parla, silenzio che ascolta. Bellezza mistica.

 

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Daniele Kihlgren non avrebbe potuto innamorarsi di Santo Stefano senza questo contesto paesaggistico.

Il borgo è un pezzo di questo paesaggio. Affascinante Abruzzo.
Terra ‘di confine’ fiera e austera, poco incline a influenze esterne, che ha saputo conservare nel tempo cultura e identità autoctone.

Il colpo di fulmine circa 10 anni fa. Kihlgren, giovane indomito italo-svedese, rimane folgorato dall’incontro con un borgo medievale dal glorioso passato agricolo, caduto in disgrazia a fine 800, come molti paesi del centro sud, per via dell’insensata (e insensibile) politica agraria del neonato regno d’Italia. Tasse sugli ovini, oro dell’economia rurale appenninica.

Al suo arrivo, Santo Stefano versa in gravi condizioni. Il borgo è abitato da meno di 50 residenti. Un secolo fa, all’inizio del declino, ne contava più di mille. La parte alta del paese è addirittura off-limits perché semidiroccata. Pericolante. Per fortuna le murature esterne sono quasi tutte in piedi e l’impianto urbanistico integro.

E qui scatta la decisione.

Riportare questa parte del paese e, a cascata, l’intero borgo al suo antico splendore. Al suo fascino primordiale, autentico, unico.

Come? Ristrutturando gli edifici in un’ottica di recupero delle forme originarie e dello stile abitativo e di vita antico.
Per farne cosa? Un albergo. Diffuso. Un hotel dal fascino disorientante, dislocato in diversi punti, edifici e vie del borgo. Un concetto di ospitalità che offre ai suoi visitatori un’esperienza talmente bella, preziosa e rara da sembrare onirica. Un sogno.

Il progetto si annuncia sfidante. L’incontro con Lelio Oriano Di Zio, architetto pescarese che conosce e ama profondamente la sua terra, è decisivo. Di Zio curerà (e continua a curare) con grande profondità di analisi storica e cura dei particolari tutto il recupero architettonico.

La Sextantio, società creata da Kihlgren per l’impresa, acquista i primi edifici e dà avvio al restauro.
Si avvale della collaborazione di archeologi medievali e istituti di ricerca per individuare le caratteristiche tipologiche degli elementi architettonici più significativi del borgo.

Camini, portali, malte e intonaci. Solai e infissi lignei. Pavimenti in pietra.

 

 

Il team guidato da Di Zio, attinge al materiale fotografico degli archivi e dei musei etnografici regionali per analizzare il territorio, reperire materiale architettonico di recupero e ricostruire lo stile degli interni domestici abruzzesi in tutti i dettagli. Dalla struttura, ai mobili, ai complementi di arredo, alla biancheria.
Ma si avvale anche della memoria. Di chi ha visto e vissuto. Gli anziani di S. Stefano.

Uno sforzo sinergico per restituire al borgo l’antica bellezza di cui tutti ora possono godere. Un’opera a destinazione turistica che va molto oltre il turismo.

Senza dubbio, camminando per i vicoli di S. Stefano di Sessanio, si vive un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio.

 

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Nel borgo c’è profumo. C’è un profumo. Nel silenzio, si sente distintamente.
Di antico e di moderno. Di umido e di asciutto. Di compatto e di polveroso.
Di terra. Di valle. Di montagna. Di pietra. Di vecchi seduti fuori dalle case. Di formaggio e di pane. Di botteghe.

Botteghe aperte, recuperate e riattivate.

Ad oggi le stanze sono una trentina, ma altri edifici significativi del borgo sono in via di recupero.
Ogni stanza dell’Albergo Diffuso è diversa e unica.
Noi abbiamo dormito nella ‘Stalla’. Della stalla, la stanza conserva forme e struttura. Pianterreno del Palazzo delle Logge. Edificio di straordinaria bellezza vicino alla Piazza del borgo ed alla “Porta Medicea”.

 

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Entrare in una di queste camere regala un’emozione violenta, surreale. Sulla porta di ingresso una lampadina nuda. Sul muro, luce calda. Inseriamo nella serratura l’enorme chiave in ferro battuto di inizio secolo. Nonostante la calura di queste giornate estive, la stanza è fresca come succede solo negli edifici le cui mura perimetrali sono spesse mezzo metro e più.

L’arredamento è essenziale. Solo mobili tradizionali abruzzesi recuperati.

Il letto in ferro battuto è altissimo. Il tavolone che sorregge il materasso ha qualche secolo. Non è ortopedico.
Il materasso di lana profuma di nonne e di vecchie zie. Le lenzuola di lino provenienti da antichi corredi sono spesse e pesanti come non si è più abituati a sentire.
La coperta artigianale appoggiata sul letto sembra poco adatta alla stagione. Ma, forse, nella notte abruzzese servirà.
Un inginocchiatoio, una cassapanca, un armadio.
Arredo povero, essenziale, anche in bagno. Un piccolo specchio dalla cornice in legno grezzo ed un piccolo lavandino sono appoggiati sulla pietra nuda e irregolare.
Solo sanitari e doccia contrastano con l’ascetico rigore dell’insieme, regalando un comfort attuale dal gusto minimalista.

Il pavimento in ciottoli ha oltre 2 secoli ed è originale. Irregolare e disassato, porta i segni dell’usura inflitta dal tempo. Camminarci a piedi nudi è difficile e leggermente doloroso, ma è un’esperienza che ha il suo sapore. Va fatta.
Per poter dotare le camere di energia elettrica e riscaldamento evitando innesti anacronistici come interruttori e termosifoni, gli impianti sono stati collocati sotto la pavimentazione. I pavimenti sono stati quindi sollevati e ripristinati nelle forme – e non-forme – originarie.
Le volte sono annerite dal tempo e a loro volta contribuiscono a creare un’atmosfera intima, autentica e remota.

Massima conservazione, massimo comfort. Massimo fascino.

Perché l’eco dell’antico borgo non si esaurisca nelle camere e nei vicoli, l’Albergo Diffuso ha anche un ristorante tematico.
Un grande camino centrale e una splendida struttura ad archi in pietra.
La luce? Il meno artificiale possibile. Candele e un paio di lampade ad illuminazione indiretta.

Il menu è fisso, come si conviene nella riproposizione di una tradizione gastronomica contadina. Povera e di sussistenza. Accompagnati da una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo, si succedono i piatti della tradizione locale, recuperati, rivisitati e alleggeriti grazie alla collaborazione con i più colti chef della regione.

Santo Stefano di Sessanio. Un luogo sorprendente, che regala sensazioni oniriche, impalpabili, eteree. Decisamente forti, fortissime.

 

 

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