U munnu finisci quannu s’ asciucano i balatunu r’ a Vucciria.
Il mondo finirà quando le ‘balate’ della Vucciria saranno asciutte.
Così recita un vecchio detto palermitano.

Per fortuna, le ‘balate’ della Vucciria, caratteristici lastroni di marmo su cui vengono lavorati ed esposti carni e pesci, non sembrano dare segni di siccità.
Umido di giorno, durante la fitta compravendita. Umido di pomeriggio, quando l’acqua cerca di liquidare schizzi, scorze, bucce, sangue, budella. Umido di sera, quando lo scirocco entra morbido tra vicoli, bassi, verande, piazzette.

 

 

Umida sempre, Palermo. Con un’ossessione. Il cibo.

La ricerca, la selezione e il consumo del cibo sono un rito cittadino forte e intenso, le cui origini si perdono nei secoli, raggrumate nelle tante civiltà che a Palermo si sono passate il testimone in un meraviglioso e millenario sovrapporsi di culture. Bizantina, araba, normanna, aragonese, spagnola.

I mercati e le loro scorie, sparse sul manto urbano di una Palermo giaguara, sono i templi in cui, quotidianamente, i palermitani e i loro ospiti risolvono la loro sacra ossessione.

In nessun altro capoluogo italiano come a Palermo, i mercati rappresentano l’umore, l’essenza, lo scorrere lento della città e dei suoi quartieri. Progetto di architettura e scenografia urbana, esattamente come i palazzi arabo-normanni, i rioni medievali, gli sfarzi barocchi, i teatri ottocenteschi.
Pezzi di storia civica che rappresentano se stessi. Ogni giorno, da sempre. Associando al fascino eterno della trama visiva quello sempre attuale e cangiante di umori, suoni, odori.

 

 

Vucciria. Ballarò. Il Capo. I mercati storici di Palermo. Macchie pulsanti. Squarci squarciati di materia urbana. Viva. Rappresentazioni (dis)organizzate, in cui tutti gli attori – macellai, pescivendoli, fruttivendoli, droghieri – recitano il proprio destino nella piena consapevolezza del proprio ruolo e dei mille significati che il cibo interpreta. Il senso alimentare, il senso sociale, il senso edonistico, il senso filosofico.

Finché c’è cibo (sano) c’è speranza. E ci saranno i mercati di Palermo.

Frammenti contaminati dei mercati sono le decine e decine di chioschi, bar, carretti, forni, friggitorie che presidiano il territorio assolvendo ad una missione antica e vitale: sfamare tutti. A tutte le ore e in qualsiasi circostanza.

Filiali ideali di street food, fisse o semoventi, incastonate dentro gli stessi mercati oppure sparse nei meandri dell’enorme ventre storico o dei quartieri più decentrati.
In tutte è un costante, armonioso, denso fluire di nasi, occhi, bocche che cercano l’intensa e soave pienezza di fritti, arancini, capponatine, ‘pani ca’ meusa’, ‘sfincioni’, sarde a beccafico.

 

 

Alcuni di questi monumenti svolgono l’onorato servizio da più di un secolo.

Libri pulsanti di antropologia culturale, scienza alimentare, assistenza sociale.

Eterni e meritori pronti soccorsi per i palermitani in perenne gravitazione cibo-centrica e, insieme ai mercati storici, possibili vie di ingresso per il viaggiatore-turista alle feline meraviglie di Palermo.
Città bionda e sorniona.

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