E’ un luogo mistico. Unico. Unesco.

Capisci subito perché è stato dichiarato patrimonio dell’umanità nel 1993. Capisci ma vai oltre, e non ti capaciti troppo di come sia stato possibile che una simile meraviglia sia stata quantomeno trascurata per decenni da chi (politici, amministratori, ‘profeti’ del turismo di nicchia…) avrebbe dovuto prima preservarla e, poi, promuoverla più adeguatamente. A tutto vantaggio peraltro della popolazione locale in termini di (sana) occupazione, lavoro, prospettive. Ci voleva un colossal americano per il suo lancio internazionale…

Chiusa l’amara (lucana) riflessione, l’occhio si riapre alla meraviglia. Ad una città-sogno che, nel fiorire di b&b, locande e locandine, tradisce una recente apertura a flussi turistici più consistenti ma che per fortuna non sembra accusare, almeno al nostro primo, estasiato, sguardo, brutture, banalizzazioni o violenze architettoniche. La bellezza è intatta. Il genius loci sembra tonico. I Sassi. Il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Due conche carsiche su cui, dal 900 d.c., con l’insediamento dei primi pastori, l’uomo ha cominciato a strappare spazio e volumi alla massa rocciosa, scavando, bucando, aprendo, costruendo.

Case, cisterne, strade, piazze, chiese, palazzi. Le stratificazioni susseguitesi nel corso dei secoli hanno creato uno dei più incredibili insediamenti urbani mai visti.
Densamente abitato sino a fine ‘800, poi un lungo declino delle condizioni abitative sino al degrado degli anni ‘40, attestato dal ‘Cristo si è fermato a Eboli’ di Carlo Levi.
Dagli anni ‘70 il graduale e faticoso recupero dell’inestimabile patrimonio storico, culturale e architettonico.

 

 

I due Sassi sorgono a nord-ovest (il Barisano) e sud-est (il Caveoso) del nucleo più antico della città, la Civita. Altro pezzo unico e raro di Matera, ventre cittadino carico di fascino languido e teporoso. Affresco urbano ricco di meravigliosi squarci, edifici, dettagli. Alcuni dei quali persino stupefacenti per opulenza e pregio architettonico.

Passeggiare, sostare, osservare. Accompagnati costantemente da una luce che nelle ore calde diventa abbagliante per il riverbero del sole su muri e stradine giallo-bianche. Vicoli, muretti, cortili. Panni stesi, tavoli, antri che regalano squarci di vita vissuta. Dentro le cave.
Tetti che diventano strade, strade che diventano tetti. Porte, portoni, botole. Un dedalo irresistibile. Paradiso dei cani e dei gatti. Li vedi ovunque, appoggiati su pietre arcaiche a godersi il tepore del pomeriggio.

 

 

E tu continui. A salire, scendere, sterzare, fermarti, affacciarti. Come a est, quando il Sasso Caveoso viene tagliato di netto da un canyon di 80 metri al cui fondo scorre un torrente: la gravina di Matera. E in quel momento, guardando a 360 gradi su città, gola e grotte, cogli perfettamente lo sforzo di integrazione dell’uomo con la natura. Sforzo millenario di equilibrio e convivenza.

Meraviglia unica. Connubio perfetto tra pomeriggio messicano e atmosfera levantina, Matera va girata e rigirata senza meta. Senza obiettivi se non quello continuo e circolare di salire, scendere, sostare, osservare, chiudere gli occhi.

E’ un sogno. Fatto di pietra, luce e magia.

 

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