Massimiliano Croci è prima di tutto un agricoltore. Questo significa che la sua giornata è sempre piena. Di terra, aria, viti. Ma anche grano, polvere, sudore, condiviso con amici e colleghi di campo, a cui c’è sempre e volentieri da dare una mano. E’ la campagna. Quella vera, quella vissuta, quella che è il tuo lavoro.
Fatica, tanta. Felicità, altrettanta. Senza retorica però, e senza nascondere tutte le (non banali) difficoltà che un piccolo vignaiolo come lui deve affrontare per affermare la distinzione e la qualità dei propri prodotti. Stare in piedi, andare avanti. L’impegno è duro e, purtroppo, non di rado contornato da situazioni paradossali. Non poco infatti della fatica, del tempo e dei sudati e parchi guadagni viene speso per sciogliere nodi, cavilli, montagne burocratiche. Che sempre più si fa fatica a comprendere, risolvere, accettare come cose ‘giuste’.

 

 

Eppure si va avanti, perché è bello lavorare la terra. E’ bello lavorarla lì. In quella collina, in località Monterosso. Quel pianoro a 300 metri di altezza da cui si tocca la bellezza antica e ordinata di Castell’Arquato. Quella collina che, nelle giornate di luce tersa, regala uno skyline mozzafiato dal Monte Rosa alle Dolomiti. E’ bello lavorare lì, tra quei fazzoletti di vigna coltivati a ortrugo, croatina, barbera, malvasia, moscato, trebbiano. Vigne che girano intorno alla semplice, sincera casa cantina. Ovattandola di verde, profumo, entusiasmo.
Massimiliano coltiva vigna e fa vino per vocazione ma anche per eredità familiare. Iniziò il nonno a metà anni trenta, proseguì il padre Ermanno, ora lui.
Fare vini dunque. Ma come? Con quale approccio rispetto al territorio, ai vitigni presenti, alle tradizioni passate, ai gusti che cambiano, al famigerato ‘mercato’?
La tradizione vitivinicola piacentina dice soprattutto vini mossi. Succhi briosi e dinamici. Perfetti compagni di merende e tavolate rurali. C’è però mosso e mosso. L’autoclave, ad esempio.
L’utilizzo massivo della rifermentazione in autoclave negli ultimi trenta e passa anni ha creato un generale appiattimento nel sapore dei vini piacentini. Standardizzazione, logiche quantitative, progressivo abbattimento della qualità. Come conseguenza, perdita di un’identità, della capacità di raccontare bene un territorio e le sue tradizioni.
Massimiliano ri-parte da questa necessità. Ri-dare un senso ai vini del suo territorio.
La scelta di fermentazioni naturali in bottiglia, sui lieviti, è stata il primo passo. Logico. Questo dice la tradizione dei vini di Castell’Arquato e delle valli piacentine. Questo occorre fare per rigenerare l’Ortrugo, Il Gutturnio, la Malvasia frizzante.
Ma il recupero della rifermentazione naturale in bottiglia non è certo un gesto di asettica nostalgia. Per Massimiliano, questo è il metodo che meglio supporta la vocazione delle uve del territorio. Il metodo che le rende decisamente più espressive, originali. Buone. Vini diversi, come deve essere, di vendemmia in vendemmia, da collina a collina.
Un Gutturnio sur lie di Croci, figlio di quella vigna, di quei suoli in Val d’Arda, ancora così ricchi di memoria geologica marina, è, deve essere, sarà sempre diverso da un Gutturnio sur lie della vicina Val Chero. Questo è il senso.

Un viaggio au rebours verso il futuro, dunque.

Condotto non solo con il recupero di metodo e visione ‘giusti’ ma anche con attenzioni naturali e gesti soffici in vigna, preservazione della biodiversità, vinificazioni sempre poco invasive.
Sguardo e capacità che consentono a Massimiliano di elevare, accanto a ‘classici’ del territorio come i suoi splendidi mossi, anche vini di caratura assoluta. Radiosi, ben oltre i confini del territorio. E’ il caso del San Bartolomeo, riserva di Gutturnio fermo di elegante e longeva profondità. O ancor più, è il caso dell’Emozione di Ghiaccio. Ice wine prodotto soltanto nelle annate più fortunate. Quelle in cui gli incastri tra andamento climatico, bizze della natura, (sur)maturazione delle uve e appetiti della fauna selvatica, si risolvono per il meglio, permettendo la raccolta dei (pochissimi) acini passiti e ghiacciati, da cui un nettare di finezza, concentrazione, complessità uniche.

Arrivare a Castell’Arquato, prendere su per la località Monterosso. Pochi tornanti e si arriva al piazzale dei Croci. Ed è subito campagna. Verde, gialla, celeste. Profumata.

L’odore della campagna. Di quella campagna fatta di gesti attenti, cura, pulizia.

Vita a contatto con la natura, fitta di umana, calda semplicità.

La famiglia Croci. Viticoltori dal 1935 in Val d’Arda. Una bella storia dal paesaggio agricolo italiano.