Luigi Tecce è un uomo verticale.
Affilato come l’intelligenza, spigoloso come la passione.
Vignaiolo per vocazione. Approdato alla vigna (di famiglia) dopo progressivo e intenso dialogo col passato, col presente, col futuro.
Paternopoli, Irpinia, zona alta della docg Taurasi.
Colline incastonate in un cul de sac eolico, battuto con regolarità da spifferi freschi e tesi.
Paesaggio che non ti aspetti. Grande ondosità non priva di belle geometrie agricole.
Verde, colori, profumo. Respiro rurale dei più appaganti.
Gobbe in cui l’austero e profondo Aglianico trova tutto ciò di cui ha bisogno per esprimere al meglio i tanti risvolti del suo multiforme carattere. Luce, aria, escursione termica.

 

 

L’incontro con Luigi Tecce inizia ovviamente in vigna. Raccontando i suoi ceppi, Tecce racconta se stesso.
Tre ettari di vigna, viti piantate dal nonno nel 1930.
Piante rugose e forti, al tempo stesso fragili. Per questo, curate con soffice attenzione. Nessuna violenza, nessuna ansia, zero ‘aspirine’. Solo carezze e tanta, tanta capacità, o meglio voglia, di attesa.
Tecce si nutre ferocemente di attesa, e con lui le sue vigne e il suo Aglianico, il Poliphemo.
Vino che incide sensazioni profonde con la sua freschezza elegante e selvatica.

 

La vendemmia dura settimane, ogni grappolo viene raccolto quando arriva il suo momento. In cantina viene quindi lavorata (poco) un’uva consapevole.
La fermentazione avviene in vecchi tini di castagno, senza nessun controllo della temperatura e con il solo utilizzo di lieviti indigeni spontanei.
La cantina è una disordinata, ordinatissima sinfonia di pietra, legni, botti, penombra, spazi angusti, ferri, vetri. Respiro artigianale che inebria.
Un refugium peccatorum che, da ogni mensola, con ogni oggetto, racconta di un amore grande e possibile. Quello tra Tecce e l’Aglianico. Amore che, come tutte le relazioni fino all’ultimo respiro, si nutre di certezze e solidità ma soprattutto di accelerazioni, fughe in avanti, esperimenti, eresie.

 

 

La certezza più certa rimane per ora il Poliphemo. Vino di grandezza arcaica, complesso, prisma infinito di sensazioni e raffinatezze.
Frutta nera sotto spirito, viola, pepe nero, trama balsamica viva, tannini ruggenti, persistenza. Ma raccontare un vino così attraverso note degustative didascaliche e ortodosse risulta quanto mai inappropriato, sterile.
Il Poliphemo si racconta da solo.
Vino definitivo, mai pronto, sempre pronto.
Se poi capita la fortuna di degustarlo in cantina, mentre il vignaiolo filosofo, con gesti sensibili e generosi, affetta e offre salumi e formaggi rari e introvabili poiché anch’essi figli dell’attesa, tutto questo non ha prezzo.
E’ il senso del vino.
Viene subito in mente il sommo Veronelli: ‘il vino è un valore reale che ci dà l’irreale’.
Il sogno.

 

‘Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due
il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un
coccodrillo…
i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga
e la canzone andava avanti sempre piu` affondata nell`aria…’

 

Luigi Tecce canta Conte e sorseggia d’intesa con Capossela.
Tutto torna. A volte.
  • LuogoPaternopoli (AV)