Pellizza da Volpedo terminò il Quarto Stato, suo quadro più celebre, nel 1901. 
Obiettivo del pittore era da un lato elaborare un manifesto sotto forma artistica, che andasse ad uso di una classe sociale – quella degli agricoltori, degli operari, dei lavoratori – che fino ad allora pochissima o nessuna ribalta aveva avuto nelle considerazioni sociali e politiche. Dall’altro portare la popolazione stessa verso la constatazione di quanto importante fosse maturare una sensibilità artistica per poter poi attivare un vero e proprio riscatto economico, sociale, culturale.

Arte, impegno, diritti. Opera perfetta, nell’efficacia ed intensità della sua sintesi.

Giovanni ‘Gianni’ Canonica ha chiamato il suo agriturismo in Barolo il Quarto Stato. Omaggio all’opera di Pellizza.

 

 

L’agriturismo di Giovanni, luogo di sobria ospitalità offerta anche agli eno-viadanti in cerca di pernotto in Barolo, è anche la casa del Paiagallo. Il Barolo di Giovanni detto ‘Gianni’.

Un Barolo originale, per forza intensa e naturale. Una chicca. Prodotta in poche migliaia di bottiglie a vendemmia.

Un Barolo fiero e selvatico, realizzato da un viticoltore che in vigna pratica un’agricoltura assolutamente naturale, poco interventista, priva di trattamenti ritenuti (giustamente) nocivi per il suo amato ettaro e mezzo.

Coltura naturale che in cantina cede il testimone ad una vinificazione fatta di attenzioni e gesti antichi. Nessun controllo delle temperature, fermentazione su lieviti indigeni, macerazioni infinite, solforosa ridotta all’osso. Un vinoverista di schiatta direbbero alcuni. Un piccolo, delizioso, artigiano del Barolo ‘tradizionale’ direbbero altri.

Ma a lui le etichette non sembrano interessare. Canonica sembra molto lontano da ogni logica di facciata, di corporazione, di ‘partito’. Nessuna retorica naturista quindi. Solo sobria, asciutta passione per il mestiere del viticoltore. Coltivare la terra in un certo modo. Fare un certo tipo di vino. A Barolo. Questo interessa a Giovanni Canonica, detto ‘Gianni’. Semplice, autentica agricoltura.

E l’asciuttezza caratteriale – non spigolosa, non costruita, non acerba, ma sicuramente dritta e senza filtri – la si ritrova, precisa, nel suo Barolo. Maturo, profondo, fitto di strati tutti da approfondire tra naso e sorso. Un vino pieno di vigna e terra. Non fighetto, non stilizzato, non compresso alla ricerca di espressioni forzate. Pure altamente bevibile e non troppo duro, anche a pochi anni dalla vendemmia. Bello nella sua schietta, selvatica fierezza. Ben decodificabile nella sua integrità di fattura.

La piccola cantina, ricavata nel retro della casa, chiude il cerchio. Pochissime botti, pochi strumenti, ordinato disordine. E’ tutto qui, dice ‘Gianni’.

E tu, uscendo, capisci perché è così difficile avere il suo vino.
Della ridottissima produzione gran parte va in Giappone. Canonica premia, giustamente, il talent scouting di due attenti ricercatori/importatori nipponici. Arrivati prima e meglio di (noi) altri al suo Barolo Paiagallo.

Vino di vigna. Vino di vignaiolo.