Territorio. Tipicità. Tempo.

Ci sono dimensioni e progetti nei quali queste parole assumono uno slancio tutto diverso. Più vero. Concretamente tangibile.

E’ il caso di AR.PE.PE., delle loro vigne terrazzate, del loro progetto di viticoltura in Valtellina, dei loro vini.

Territorio e Tipicità, ad esempio. In Valtellina da millenni si cura il vino. Da secoli questo vino è il Nebbiolo. Tanto diverso da quello dei cugini piemontesi, da assumere qui un diffuso nome locale: Chiavennasca. Ecco, prima considerazione: i fratelli Pelizzati, nel condividere la loro passione durante incontri e visite in vigna e cantina, non usano mai questa definizione. Le loro uve sono Nebbiolo. Nebbiolo di Montagna.

 

 

Diversissimo sì da quello Piemontese, ma Nebbiolo anch’esso. Questo dettaglio, apparentemente sterile, costituisce invece un buon esempio della sostanziale linearità con cui la cantina persegue il suo progetto di alto artigianato vinicolo. Creare vini che siano l’espressione più precisa, pulita e affidabile del territorio in cui nascono.

Valtellina dunque. E quindi terrazzamenti, vendemmie manuali, verticalità per i gesti eroici dell’uomo in vigna. In più, rese basse e selezione. Per l’uva, un microclima straordinario nel dare caldo e freddo Sali minerali, profumi.

La Valtellina è una delle pochissime valli del nord ad avere una disposizione est-ovest, preziosa quindi rispetto alla migliore raccolta dei raggi solari.

Ecco, tutto questo per gli AR.PE.PE e gli altri validi viticoltori che la pensano come loro, è un tesoro. Da preservare, assecondare, valorizzare.

L’uva è una, come detto, ma in realtà i 10 ettari di Nebbiolo degli AR.PE.PE. sono suddivisi in diverse parcelle tra le sottozone Sassella e Grumello. Due sottozone molto diverse tra loro rispetto ai tratti che danno all’uva, con ulteriori differenze tra i singoli cru, in base ad esposizione e composizione del sottosuolo. Questo significa elevata tipicità e la possibilità, piuttosto esclusiva non solo in Valtellina ma nell’intera Italia, di creare delle riserve aziendali così uniche e distintive che non solo riescono a raccontare la Valtellina tutta ma persino il genius loci che anima il mezzo ettaro di vigneto da cui si ricava la specifica etichetta. Straordinario.

Un dovere quindi, non un vezzo. Quello di uscire, ad anni alterni perché sempre in base a quanto quell’anno hanno espresso natura, terroir e uva, con diverse etichette che rappresentano le differenze tra zone, sottozone e singole terrazze coltivate. Differenze tangibili poi nell’esperienza di degustazione, nella quale, sostenuti dal marchio territoriale di una bellissima sapidità e freschezza, ogni cru offre i suoi tratti, in alcuni più giocati sulla pienezza, in altri su finezza assoluta, in altri ancora su eterna,  inbanalizzabile austerità.
E qui entra anche il terzo fattore elencato all’inizio: il tempo.

Questo territorio, questo vitigno in questo territorio, per esprimersi in vino hanno bisogno di tempo, di molto tempo.

Dopo la vendemmia inizia quindi un altro percorso, assolutamente unico e distintivo. Trattamenti sapienti e soffici, macerazioni più o meno lunghe a seconda del singolo cru, e poi il lungo, in alcuni casi lunghissimo, affinamento. Per le riserve più importanti, il ciclo di cantina può arrivare ai 9 anni tra botti grandi, acciaio o cemento, vetro. Il Nebbiolo, il Nebbiolo di Montagna, ha bisogno di questo. I risultati empirici del resto valgono più di ogni considerazione astratta. Degustare oggi, nel 2012, un Rocce Rosse o un Vigna Regina 2001, o ancora un Ultimi Raggi 2004, spiazza, esalta, rapisce per quanto i vini si porgano freschi, tesi, profondi in tutti i profumi floreali e fruttati, nel sorso fresco, succoso, tannico. Magia. Splendore.

E’ la chiusura del cerchio. Di un progetto vitivinicolo pensato, faticato, rifinito su concetti e visioni di eccellenza. Un progetto che parte dall’esaltazione della vigna per arrivare all’esaltazione del vino. E di chi lo beve.

Sorsi unici di roccia, profumata, fresca, minerale.

La pietra che tratteggia le terrazza vitate della Valtellina, i tetti delle case, i gretti dei torrenti, le cime austere dei monti.

La pietra che entra anche nelle ampie sale di affinamento, splendidamente rinnovate,  e nei nuovi spazi di accoglienza e amministrazione, disegnati con occhio minimale, elegante e moderno, in armoniosa continuità con la storia della cantina.